venerdì 19 luglio 2013
Dente Rotto morde ancora
giovedì 18 luglio 2013
P.S. I drug you
[fonte: Belfast Telegraph]
mercoledì 25 maggio 2011
Primo comandamento:
mai perdere la faccia

quelli di Parigi [il gruppo di suoi conoscenti e sodali dal quale lo stesso
proveniva prima di giungere in Toscana] lo hanno saputo, sono andati a
Milano raccontando ai miei amici che mi hanno sequestrato e picchiato.
Dico che era meglio se mi davano qualche coltellata, allora ammettevo la
loro potenzialità, ma non mi hanno neanche picchiato e hanno telefonato
a tutti, non riesco più a sopportarlo perché tutti mi vengono a chiedere:
‘A.H. sei stato sequestrato e picchiato?’ non riesco più a sopportare
questa cosa….Ho intenzione con D.N. [la persona che gli ha procurato
una pistola] di farli fuori tutti [ovvero le otto persone responsabili
dell’aggressione], domani o domani l’altro”.
[Il cognato, un certo A., gli ricorda che fare] “così è troppo
avventato…sequestra le persone.
W.: Sequestrare le persone? No, ci sono difficili intrecci di rapporti
d’amici, mi dicono di chiudere il caso con un colpo solo….
A.: Se li sequestri ti salveresti la faccia ugualmente.
W.: Poi tutti vogliono salvarsi la faccia.
A.: Ma se li sequestri e gli fai tirare fuori la cosa…
W.: Sono intenzionato a….
A.: Se riesci a prendere i soldi ogni tua faccia è stata salvata.
W.: Non mi preoccupo per i soldi […] io non voglio i soldi, non riesco a
sopportare l’offesa, non per i soldi. Loro lo sapevano chiaramente, quel
giorno [del pestaggio] c’era G., lo conosci no?! Mi ha chiesto se A.
[ovvero la persona con la quale sta dialogando] era mia cognato e se
venivo da Parigi e poi mi ha chiesto se conoscevo H., e io ho detto che
H. era mio amico-fratello, loro nonostante lo sapessero non mi hanno
lasciato nessuna faccia e mi hanno ugualmente picchiato, io dico così: se
mi picchiavano e non dicevano niente, allora lasciavo stare, ma sti
bastardi sono andati a raccontare tutto”
giovedì 19 maggio 2011
Buste rosse, pace fatta
I conflitti tra le gang di Chinatown si sbrogliano grazie all'intervento di un boss. Un capo di una certa levatura, non uno qualsiasi. Uno, insomma, in grado di fare da mediatore, da paciere, grazie alla sua statura criminale e alle sue doti "diplomatiche". E' quanto accaduto, per esempio, tra Firenze e Prato. Un primo gruppo criminale cinese, proveniente dalla Francia per sfuggire ai provvedimenti giudiziari di quel paese, era entrato in contrasto, per rivalità legate il controllo del mercato degli stupefacenti, con alcuni elementi criminali dell’area fiorentina.Da qui ebbe luogo nel 2003 uno scontro all’interno di un locale di Prato che portò successivamente a una ricomposizione fra i rivali grazie “all’intervento di un soggetto cinese residente a Roma che, dopo aver organizzato un summit pacificatore
presso il ristorante […] di Prato alla presenza di una ‘commissione di 54
anziani’, avrebbe fatto in modo che i due gruppi (il ‘francese’ e quello di
Firenze) avessero da allora in poi collaborato.
L’accordo era stato fatto seguendo un preciso cerimoniale in uso nella comunità, ovvero lo scambio reciproco di buste rosse contenenti denaro, in segno di scuse.
mercoledì 18 maggio 2011
Le mille teste della mafia cinese
Ecco cosa racconta il nostro pentito a proposito delle relazioni fra i boss delle tante Chinatown.
“In Italia non c’è un’unica organizzazione criminale cinese. Ci sono gruppi dislocati sul territorio nazionale. Ogni gruppo ha un capo. I capi tra di loro si conoscono, perché sono amici per cui capita anche che si incontrino fra di loro o perché si è creato un contrasto tra i singoli gruppi e occorre, quindi, trovare una soluzione o perché si deve realizzare una qualche azione illecita che un singolo gruppo da solo non è in grado di sostenere, per cui chiede supporto ad altri […]".
"Quando i capi si incontrano tra di loro, nessuno degli affiliati può partecipare alla riunione. Dico questo perché spesso è capitato che ero in compagnia di W. [il capo del suo gruppo] quando questi si doveva incontrare con altri capi, per cui mi sono dovuto allontanare e loro si sono appartati”.
martedì 7 dicembre 2010
Satanasso di un boss
L'indagine parte nel 2009 e i militari hanno scoperto una vera e propria associazione di tipo mafioso, costituita da un gruppo di cinesi domiciliati a Prato, originari dello Zhejiang e del Fujian. Più di cinquanta persone fra affiliati, gregari e fiancheggiatori, in una banda armata - pistole, coltelli e machete - che, con rapine, estorsioni, usura, sequestri, spaccio era arrivata a controllare nella comunità cinese di Prato sia le attività commerciali regolari che quelle sommerse.
Al vertice dell'associazione, un 35enne, conosciuto sotto il nome d "Anu", leader indiscusso rispettato e temuto, schivo, imponeva assoluta obbedienza. Il compito di diramare le sue direttive ai ranghi inferiori erano affidati a due fidati luogotenenti Agen e Xigei, mentre una donna Anian aveva il ruolo centrale di contabile, teneva infatti il quaderno dei conti con le uscite e le entrate della bisca, i prestiti e gli scadenzari dei debiti.
Al livello più basso vi era poi il "braccio armato". E sotto la sua guida l'organizzazione imponeva con minacce e violente ritorsioni il pizzo nella Chinatown pratese, usando la stessa violenza contro gruppi rivali: fino ad arrivare a creare un clima di terrore e di totale omertà, per cui le vittime non denunciavano alle forze dell'ordine. Il quartiere orientale è infatti un grande mercato dove, accanto ad esercizi legali, vivono anche numerosi "bottegai": privi di licenza praticano massaggi, fanno i parucchieri, vendono merce di tutti i tipi, fanno i tassisti utilizzando la propria vettura, gestiscono case di prostituzione, cuciono per conto terzi in condizioni precarie, fanno di un appartamento un "affittacamere", esercitano professioni medico-specialistiche in assenza dei necessari titoli (tra cui la pratica di aborti illegali), assumono clandestini e cercano di tenersi alla larga dagli italiani.
Preso atto del potere di Anu e dei suoi, gli abitanti di "Chinatown" hanno presto 'accettato' di pagare il 'dazio'. La "base operativa" del gruppo una villetta bifamiliare con annessa una bisca clandestina, gestita in prima persona dal Capo, e molto fruttuosa. La "direzione" della "casa da gioco" concedeva anche prestiti, ovviamente usurai con interessi giornalieri pari all'1% della cifra originaria. Per chi non pagava, minacce, riscossioni coattive, atti di violenza o rapimenti fino a dover cedere negozi.
(fonte: ApCom)
martedì 29 giugno 2010
Money, money, money
Le mani della mafia dell’Estremo Oriente sul riciclaggio di denaro, attraverso una rete di agenzie di trasferimento di contanti che ha ripulito 2,7 miliardi di euro. Ventiquattro arrestati: 17 sono cinesi, gli altri italiani. In totale, 134 indagati. E fra loro alcuni imparentati o collegati con personaggi finiti nelle prime inchieste contro la mafia cinese in Italia raccontate nel libro “I Boss di Chinatown”. Ecco il comunicato integrale del 28 giugno 2010 della Guardia di FinanzaDalle prime ore di questa mattina oltre 1.000 uomini delle Fiamme Gialle di tutto il Comando Regionale Toscana stanno eseguendo arresti, perquisizioni e sequestri di beni perquisizioni e sequestri di beni immobili, auto di lusso quote societarie e denaro contante in 8 Regioni d’Italia (Toscana, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Sicilia) nei confronti di un’associazione a delinquere composta da cittadini cinesi ed italiani, dedita al riciclaggio di denaro di illecita provenienza, mediante una rete di agenzie di “money transfer”. Le ordinanze di custodia cautelare (22 in carcere e 2 domiciliari) sono state emesse dal GIP del Tribunale Ordinario di Firenze – dott. Michele BARILLARO – su proposta del PM – dott. Pietro SUCHAN. Oltre 100 le aziende coinvolte, tutte riconducibili ad operatori di nazionalità cinese ed ubicati tra le Provincie di Firenze e Prato.
I reati contestati sono l’associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al riciclaggio di proventi illeciti derivanti dai seguenti reati:
- contraffazione, frode in commercio e vendita di prodotti industriali con segni mendaci o in violazione delle norme a tutela del “Made in Italy”;
- evasione fiscale;
- favoreggiamento dell’ingresso e della permanenza nel territorio dello Stato di cittadini cinesi clandestini per il successivo sfruttamento nell’impiego al lavoro;
- sfruttamento della prostituzione;
- ricettazione.
Tra gli arrestati 17 sono cittadini cinesi e 7 sono cittadini italiani (per 2 di essi sono state previste la custodia cautelare domiciliare).
Nei confronti di 108 soggetti indagati (quasi tutti imprenditori) sono state eseguite misure cautelari reali con il sequestro di beni (immobili, auto di lusso, quote societarie, denaro contante) profitto dei reati oggetto di riciclaggio.
Dal 2006 ad oggi sono stati riciclati oltre 2,7 miliardi di euro.
Le indagini sono iniziate nel 2008 allorquando le Fiamme Gialle del Nucleo di Polizia Tributaria di Firenze hanno individuato un sodalizio criminale composto da:
- una famiglia cinese, originaria della provincia di Hubei (ubicata nel centro della Repubblica Popolare Cinese): CAI Jianhan, padre, 63 anni residente a Milano, e 2 figli, CAI Cheng Chun, 41 anni residente a Padova, e CAI Cheng Qui, 37 anni residente a Milano;
- una famiglia italiana, composta da 2 fratelli bolognesi: BOLZONARO Fabrizio, nato a Bologna, 43 anni, residente a S. Lazzaro (BO), e BOLZONARO Andrea, nato a Bologna, 43 anni, residente a Pianoro (BO), nonché dal padre B. L., nato a Malalbergo (BO), 66 anni, residente a San Lazzaro (BO).
L’attività criminosa della famiglia cinese è iniziata nel 2006 quando hanno acquisito una partecipazione della società di “money transfert” – MONEY2MONEY Srl- con sede legale in Bologna e sub-agenzie sparse su tutto il territorio nazionale. L’ingresso nella società è avvenuta mediante un prestanome, una giovane donna che svolgeva le pulizie presso l’abilitazione della famiglia cinese. L’entrata nella compagine sociale di cittadini cinesi ha determinato un’improvvisa ed esponenziale crescita della raccolta di denaro da trasferire in Cina. Le rimesse erano effettuate sia da imprenditori che da privati.
La “Money2Money Srl” era stata fondata dalla famiglia Bolzonaro che, una volta entrata nell’orbita dei soggetti cinesi, hanno messo a disposizione dell’organizzazione criminale la propria conoscenza del settore, controllando l’operato di ogni sub agenzia e risolvendo eventuali problematiche nel trasferimento del denaro.
L’attività illecita si è sviluppata con le caratteristiche mafiose. La struttura verticistica, che faceva capo alla famiglia CAI, controllava, con forme di intimidazioni psicologiche ed a volte violente, le attività illecite della comunità cinese su tutto il territorio ove la stessa è risultata più presente. Alcuni esponenti e soggetti collegati alla famiglia CAI risultano indagati e condannati nel contesto di differenti procedimenti penali seguiti dalla Procura di Firenze (Vgs. “Operazione Ramo d’Oriente” e “Operazione Gladioli Rossi”).
La società MONEY2MONEY, tramite le filiali di Prato, Sesto Fiorentino, Empoli, Milano, Roma, Napoli, è servita per operare il riciclaggio del denaro “sporco” proveniente dalle diverse attività economiche illegali commesse dalla numerose imprese cinesi presenti nelle Provincie di Firenze e Prato.
Per far perdere le tracce della provenienza illecita del denaro e per ostacolare l’individuazione dei soggetti titolari dei proventi, la somma complessiva era frazionata in migliaia di tranches di € 1.999,99 (il limite massimo consentito per ogni singolo trasferimento è € 2.000), la cui titolarità era attribuita a soggetti compiacenti o, il più delle volte, a persone ignare o addirittura inesistenti. Il costo per le imprese depositanti era di 15/17 euro per ogni singolo trasferimento. Il costo del documento di un soggetto a cui intestare il bonifico era di € 5. Naturalmente di più documenti si disponeva e più velocemente era fatto il trasferimento delle somme di denaro in Cina, poiché con un solo documento si dovevano aspettare 8 giorni prima di poterne fare un altro. I documenti migliori erano quelli di persone che ancora non erano uscite dalla Cina, in modo tale da sfuggire ad eventuali verifiche.
La principale attività illegale delle aziende cinesi in Italia è consistita nella produzione di merce contraffatta (principalmente capi ed accessori di pelletteria) e nell’evasione fiscale. Vari interventi eseguiti durante le indagini hanno permesso, infatti, di confermare come molti soggetti che versavano denaro alle varie agenzie erano coinvolti in casi di contraffazione o risultavano aver dichiarato redditi irrisori. Un imprenditore, ad esempio, a fine 2008 è stato fermato in un controllo di routine svolto nei confronti del proprio autoveicolo. Nell’occasione si è constatato che il cittadino cinese trasportava, occultati in un borsone nel vano bagagli, € 548.000 tra contanti ed assegni. Il predetto imprenditore era diretto alla sub-agenzia di money transfer di Prato per inviare il denaro in Cina. Lo stesso dichiarava che il denaro costituiva il “nero” della sua società tessile, sita in Prato, di cui era amministratore. L’azienda, nello stesso anno, aveva presentato una dichiarazione ai fini delle Imposte dirette di solamente € 41.000, occultando, in questo modo, oltre il 93% dei ricavi conseguiti.
Le attività investigative hanno portato anche al complessivo sequestro di oltre 780.000 articoli contraffatti, mendaci o prodotti in violazioni di norme a tutela del Made in Italy ovvero della sicurezza dei prodotti, fabbricati nell’area fiorentino-pratese oppure ivi importati via nave dalla Cina. Nelle operazioni di riciclaggio sono risultati coinvolti anche importatori di prodotti contraffatti che hanno utilizzato la medesima metodologia per trasferire in Cina ricavi derivanti da reati di contrabbando.
Dalla Cina è giunta anche manodopera clandestina da sfruttare nelle aziende:
- giovani donne da impiegare nelle varie “case chiuse” camuffate da centri estetici e di massaggi orientali;
- uomini e donne da destinare ai laboratori ove lavoravano “in nero” in condizioni disumane.
Durante le indagini è emerso, infatti, che molti di tali clandestini erano al centro di una vera e propria tratta di essere umani con un’organizzazione che ha curato ogni movimento dal clandestino, dalla Cina sino in Italia. L’organizzazione, in questi casi, ha curato l’espatrio dei cittadini cinesi, a cui successivamente all’arrivo in Europa, sono stati sistematicamente ritirati i documenti. La sottrazione dei documenti pone il clandestino in una situazione di costante soggezione in quanto trapiantato, in condizioni di illegalità, in contesto socio-culturale del tutto diverso da quello di origine.
Una volta giunti a destinazione, i clandestini sono stati impiegati in condizioni di totale sfruttamento presso le aziende dei loro connazionali. Costretti a vivere sul posto di lavoro, in ambienti insalubri e sporchi, senza i più elementari accorgimenti inerenti la sicurezza sul posto di lavoro e protezione personale. Non infrequenti sono state le vessazioni, pestaggi e minacce di morte per coloro che non avendo saldato il debito con l’organizzazione per l’ingresso in Italia (che ammonta a circa € 13.000 a persona).
Altro canale per riciclare il denaro verso
venerdì 19 marzo 2010
A morte il padrino di Chongqing
Dietro le sbarre Lady Mafia
Pena capitale per Wen Qiang, il boss di Chongqing è stato condannato a metà aprile. Stupro, corruzione e connivenza con la mafia cinese.
Wen - che è stato vice capo della polizia per 16 anni - possedeva numerosi appartamenti e ville, una scuderia di auto di lusso e un vero tesoro in oggetti d'antiquariato e opere d'arte del valore di centinaia di milioni di yuan.
Nei guai è finita anche sua moglie: Zhou Xiaoya, condannata a otto anni di galera, perché - sfruttando il potere del marito - intascava bustarelle.
In prigione pure la cognata di Wen: Xie Caiping, condannata a 18 anni perché gestiva bische clandestine e traffico di stupefacenti. La "madrina" o lady Mafia - così l'hanno battezzata i media cinesi - girava in lussuose Mercedes, dimorava in ville di lusso e aveva a disposizione un "harem" di 16 giovanotti pronti a soddisfare ogni suo capriccio sessuale.
venerdì 19 febbraio 2010
AMARCORD / Little Pete, il dandy
più spietato di Chinatown
“Ovunque andasse, Little Pete era accompagnato da un servo fidato che portava con sé uno scrigno pieno di preziosi e una scatola di articoli da toletta. Il boss della Tong più potente di San Francisco era un vero dandy, molto preoccupato del suo aspetto fisico. Cambiava gioielli più volte al giorno e non indossava mai lo stesso vestito due giorni di seguito. Ogni mattina passava due ore per pettinare, spazzolare e oliare la lunga coda di capelli che teneva sempre lucida. E di cui andava smodatamente orgoglioso”.Così il giornalista Herbert Asbury descrive Fung Jing Toy, il boss della chinatown della San Francisco di fine ‘800 meglio conosciuto come “Little Pete”. I vezzi e la vanità dei capi della mafia cinese non sembrano quindi essere mai cambiati. Anche oggi, i boss del crimine asiatico amano sfoggiare abiti di lusso e viaggiare su auto scure da parecchie migliaia di euro. Per non parlare dei guardaspalle che si portano dietro: almeno un paio, per garantirsi placide sfilate per le strade delle decine di chinatown sparse per il globo. Anche Little Pete, fondatore della più spietata Tong (così si chiamano le Triadi nate in terra americana), si faceva accompagnare sempre da scagnozzi armati fino ai denti. Ma fu proprio a causa di una disattenzione su questo dettaglio (o forse per eccessiva spavalderia), che il gangster finì sotto il fuoco incrociato di un clan rivale.
Little Pete era stato molto abile a conquistare rapidamente il controllo di chinatown. Sfruttando il suo esercito personale di sgherri, quando non aveva nemmeno trent’anni controllava il traffico di prostituzione, il racket delle estorsioni, il gioco d’azzardo e il commercio dell’oppio nella città californiana. Ma era anche un negoziatore, come dimostra la presunta alleanza stretta con il potente Christopher Augustine Buckley, uomo d’affari e influente membro del Partito Democratico. La sera del 23 gennaio 1897, però, il “Re di Chinatown” commette un errore fatale. Durante una delle sue frequenti visite dal barbiere all’angolo tra Washington Street e Waverly Place, si porta dietro solo uno dei suoi soldati e, poco dopo essersi seduto sulla seggiola con un asciugamano caldo sul viso, lo manda a comprare un giornale .A chinatown (foto di Arnold Genthe) un’occasione del genere non può passare inosservata. E quando due killer vedono la scena passano all’azione. Uno dei due rimane di guardia, fuori. L’altro entra con la pistola in mano, afferra Little Pete per la lunga coda e gli spara cinque colpi a distanza ravvicinata. L’impero del giovane Fung Jing Toy crolla a 33 anni. La guerra fra le bande della malavita cinese di San Francisco è appena iniziata.
mercoledì 13 gennaio 2010
I Boss di Chinatown a Rai Radio 3
È un mondo chiuso, quello di Chinatown. Quartieri che una volta erano come tutti gli altri e che a poco a poco hanno cambiato faccia. I negozi sono passati di mano, e adesso sfoggiano vetrine costellate di ideogrammi. I proprietari e i dipendenti sono tutti cinesi. La comunità è molto unita. L'obiettivo è la piena autosufficienza. In qualsiasi ambito: dalle merci ai servizi, dalle cure mediche ai divertimenti. Quello che è legale si fa alla luce del sole. Quello che non lo è, si fa di nascosto. E nemmeno poi troppo: nella Chinatown milanese di via Paolo Sarpi, la più famosa d'Italia, era spuntata addirittura una banca clandestina. Niente insegne, ma locali aperti sulla strada e una fitta clientela, prima che la polizia la chiudesse. Chinatown è un pezzetto di Cina trapiantato altrove. Una realtà per certi versi affascinante e per altri inquietante. Una realtà che continua a crescere e che ci invita - o ci sfida - a capirla. "Rosso Scarlatto", il programma di approfondimento di Radio 3, ospita i "Boss di Chinatown - La Mafia Cinese in Italia". .
Ascolta o Scarica la puntata in Mp3
lunedì 28 dicembre 2009
Ma che Gioia quel commercio
Al porto di Gioia Tauro, grazie all'aiuto di due funzionari delle dogane, i container "sorvolavano" i controlli e invadevano la penisola. A fare da intermediari tra la cosca e gli spedizionieri in oriente, ci sarebbe stata una coppia di cinesi, Wanli Lyn e Rong Rong Dai, che dal loro negozio di oggettistica di piazza Vittorio a Roma organizzavano le spedizioni e già stavano pensando di spostare da Napoli a Gioia Tauro tutto il loro giro d'affari.
In Italia, l'organizzazione del traffico, secondo l'accusa, era affidata a Cosimo Virgiglio, amministratore di una società di import-export e considerato il principale referente imprenditoriale della cosca dei Molé. Era lui a favorire l'importazione fraudolenta, eludendo il sistema di controllo automatico dell'Agenzia delle dogane e, con il meccanismo della sottofatturazione, ad evadere quote rilevanti di dazi e Iva.
Virgiglio è stato arrestato dai carabinieri del Ros mentre si trovava a ''Villa Vecchia'', un lussuoso complesso alberghiero con due avviati ristoranti a Monte Porzio Catone, a una trentina di chilometri da Roma, nel quale sarebbero finiti parte dei proventi del traffico di merce contraffatta. L'albergo è stato sequestrato insieme ai capitali di tre società riconducibili a Virgiglio. Il complesso alberghiero era stato acquisito dalle cosche con ripetute intimidazioni nei confronti dei precedenti gestori e del proprietario, costretti a cedere l'attivita' per compensare i debiti maturati con il gruppo criminale.
giovedì 29 ottobre 2009
Schiave cinesi d'Africa
E' dedicato alla tratta delle giovani cinesi in Ghana, Nigeria e Togo il secondo premio del Gran Premio Natali 2009 - Regione Africa. Se l'è aggiudicato Anas Aremeyaw per il reportage "Undercover Inside The Chinese Sex Mafia", pubblicato su The New Crusading Guide. Nella sua inchiesta, la reporter racconta le violazioni dei diritti umani perpetrate dalla mafia cinese in Africa occidentale. La giornalista, dopo essersi infiltrata nell'organizzazione criminale fingendosi una barista per più di sei mesi, ha messo a nudo un impero gestito da faccendieri senza scrupoli. Che vendono ragazzine cinesi per 6000 dollari, promettendo loro lavori onesti per poi "trasformarle in merce da esporre come carne nelle vetrine delle macellerie". Il tutto, seguendo le mosse di King James, il boss che veste Gucci, indossa Rolex d'oro massiccio e pasteggia con bicchieri di Champagne che le sue schiave non osano lasciare mai vuoti. Leggi l'intero reportage in Inglese o in Francese
domenica 20 settembre 2009
Gang di chinatown, 17 arresti a Milano
Estorsione, sfruttamento della prostituzione, gioco d’azzardo, due tentati omicidi e un ferimento. Tra maggio e agosto la gang di diciassette giovani cinesi s’è data un gran daffare per gestire i suoi affari nella chinatown milanese. Adesso sono tutti nelle mani dei carabinieri e i commercianti del quartiere Sarpi per un po’ possono stare tranquilli. Le vittime, infatti, erano proprio loro: ristoratori e baristi cinesi, obbligati a pagare il pizzo a loro connazionali e costretti a rifornirsi dai grossisti che i gangster gli imponevano. La banda utilizzava i consueti metodi mafiosi: intimidazione e violenza. E per essere persuasivi c’era tutto un corredo di mannaie, daghe e mazze da baseball.
La gang era organizzata in modo verticistico con un capo, alcuni luogotenenti e una manovalanza composta dai membri più giovani. I carabinieri hanno anche scoperto un giro di squillo che operavano in appartamenti in affitto e una bisca clandestina. Originale (quanto crudele) il sistema di alloggi che la gang mettevano in affitto: quattro phone-center dotati di poltrone o semplici sedie che dopo la chiusura delle serrande venivano girate a due a due e trasformate in letti per pernottamenti a basso costo.
mercoledì 29 luglio 2009
Giocare al Padrino è fuorilegge
Vietato il Padrino online. La Cina ha messo al bando i siti web su cui compaiono giochi con gang mafiose che appaiono in modo "accattivante". E il ministero della Cultura ha precisato che tali giochi "promuovono l'oscenità, il gioco d'azzardo o la violenza" e "minano la moralità e la cultura tradizionale cinese". Secondo il governo di Pechino, i videogame con gli emuli digitali di Marlon Brando "incoraggiano la gente a imbrogliare, rapinare e uccidere, e a glorificare le vite dei gangster", dando un "cattivo esempio ai giovani". L'ordinanza ministeriale prevede maggiori controlli e minaccia "di punire duramente quei siti che continuino a gestire tali giochi".Nei primi anni seguiti all'avvento al potere dei comunisti, il governo cinese aveva quasi totalmente distrutto le gang mafiose, che però sono tornate alla ribalta negli ultimi decenni, mentre si affievolivano i controlli economici e sociali. Nonostante il coinvolgimento della mafia in attività come il traffico di droga o di esseri umani, film e telefilm girati a Taiwan e Hong Kong e che trattano le gesta delle Triadi sono molto popolari nel paese asiatico. Per il settore dei giochi online in Cina si prevede una crescita quest'anno compresa tra il 30% e il 50%, con ricavi pari ad almeno 3 miliardi e mezzo di dollari. La Cina conta circa 200 milioni di giocatori online, e oltre 300 milioni di utenti internet, il numero più alto al mondo.
lunedì 29 giugno 2009
Spicy Qin e Hammerhead alla sbarra
Il padrino del Guangdong a processo
C’erano lunghe file il 16 giugno davanti al tribunale di Yangjiang, nel Guangdong, sud della Cina. Centinaia di persone (foto Associated Press) in attesa di “Hammerhead” e “Spicy Qin”. Ma la loro curiosità non è stata premiata. I due pezzi da novanta sono arrivati con un autobus scuro della polizia. Scortati da decine di agenti. E, per evitare ogni pubblicità, i loro volti erano coperti da maschere da sci. Le autorità di Pechino non hanno voluto regalare alcuna notorietà a Xu Jianqiang (Hammerhead) e Lin Guoqin (Spicy Qin).Nessuna pubblicità per i due boss, portati alla sbarra per aver costruito attraverso l’illegalità un impero che spazia dai casinò all’industria del cemento, dai trasporti agli allevamenti di polli. E poiché l’accusa è di aver costituito una “società nera”, ovvero una cosca mafiosa, i giudici cinesi potrebbero condannarli persino alla pena di morte.
Chi ha conosciuto i due presunti gangster, racconta che le loro sale da gioco in cui si buttano via migliaia di yuan al baccarat sono note a tutti in città. “Sono così potenti che la polizia non li ha toccati per tanto tempo”. E chi li ha visti, paragona Hammerhead a Tony Soprano, mentre Spicy Qin ricorderebbe Micheal Corleone del “Padrino”. Tra i due ci sarebbe un’affinità non solo cinematografica ma soprattutto di interessi e affari che hanno toccato anche la politica.
Lin Guoqin ha fatto parte del Congresso Municipale del Popolo di Yangjiang durante gli anni ’90, quando – secondo gli investigatori – si era già lanciato nel business illegale. Poi ha presieduto la locale Federazione dell’Industria e del Commercio e dal 2000 al 2007 ha seduto al Comitato Nazionale della Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese (Cppcc), il massimo organismo di consulenza politica del paese.
Le cronache ricordano Spicy Qin per le numerose sponsorizzazioni ed eventi pubblici ai quali ha partecipato. Tra questi, anche l’annuale donazione da quasi 30mila dollari in favore di studenti bisognosi, e l’alleanza con Xu Jianqiang, stretta – a quanto pare – per corredare di un esercito di killer e aguzzini il proprio impero economico.
domenica 24 maggio 2009
O' Cinese in manette
Il mancese (noto anche come Song Zhicai o Song Jiang) è stato arrestato a Napoli, dove anni fa ha allestito il Cinamercato più famoso d’Italia. E dove si è fatto notare per una serie di spericolate operazioni finanziarie. Da quelle parti lo chiamano O’ Cinese. E lo trattano con rispetto. In Brianza, invece, i suoi connazionali volevano fargli la pelle, perché l’ipermercato era senza autorizzazioni ed è stato chiuso. E adesso, qualcuno di loro racconta che Song affittava gli stand (fino a 60 mila euro), e chi non pagava riceveva pesanti minacce.
Ancora da accertare, invece, i presunti contatti di Zichai con la ‘Ndrangheta. Intanto, sono stati arrestati per bancarotta fraudolenta tre amministratori della Tornado Gest, la società che aveva realizzato il cinema poi riempito di negozi made in China e che nel 2007 è sprofondata in un buco di 50 milioni di euro.
Guerra tra gang, killer in Olanda
La polizia olandese l’ha trovato in compagnia di un coltello e di un bel po’ di droga. E secondo gli inquirenti sarebbe stato lui a sferrare la pugnalata che ha ucciso Hu Libin, il 22enne morto nell’assalto causato, probabilmente, da dissidi sulla gestione dello spaccio della ketamina.
Gli altri nove del commando nei mesi precedenti erano stati presi tra Milano, Albenga e Alba Adriatica. Ma la cattura del presunto assassino in Olanda è la conferma della formidabile rete di amicizie e coperture che il crimine asiatico è riuscita a tessere.
Non è raro, infatti, che i boss cinesi assoldino killer connazionali fuori dai confini italiani o, comunque, lontano dalle città dove l’esecuzione deve avvenire. Esistono stretti collegamenti tra famiglie malavitose che vivono a Roma o a Milano con altre che si trovano a Parigi o ad Amsterdam. Le frontiere, per la mafia asiatica, sono solo dei segni di matita tracciati su un foglio di carta.
mercoledì 1 aprile 2009
Lucciole di Spagna
Mangiano e dormono nello stesso appartamento dove sono costrette a prostituirsi, così sono disponibili ventiquattro ore su ventiquattro per i clienti. Massima flessibilità e dedizione al lavoro. I ritmi sono quelli da schiavitù alla quale ci ha abituato la mafia d’Oriente. E così nei circa sessanta casini gestiti dai boss della chinatown di Barcellona, si applicano anche tariffe differenziate: se la ragazza dagli occhi a mandorla finisce tra le mani di uno spagnolo si pagano cinquanta euro; al connazionale, invece, si fa lo sconto.La polizia catalana calcola che sono circa trecento le donne cinesi sfruttate a Barcellona. E secondo il quotidiano El Periodico, i locali a luci rosse gestiti dalla mala asiatica sono concentrati soprattutto nel quartiere dell’Eixample, per non parlare dei “centri massaggi” spesso inclini a prestazioni supplementari e alle case d’appuntamento riservate agli immigrati cinesi.
Un sistema difficile da smantellare perché le persone che mettono gli annunci per i clienti, quelle che affittano i locali e le “madame” che mandano avanti i bordelli non sono mai le stesse persone. Ma quello che inquieta di più gli investigatori è che dietro alla prostituzione c’è un’organizzazione ben strutturata. Che, ovviamente, non si limita al giro di squillo.
Le forze dell’ordine hanno individuato tre grandi famiglie che operano anche nel campo delle estorsioni, della contraffazione e dell’usura. Ma, soprattutto, nel traffico di essere umani. Migliaia di euro pagati ai clan per arrivare in Spagna e poi, una volta giunti a destinazione, trovare un lavoro. Una rete illegale che spesso nasconde scenari da riduzione in schiavitù che in qualche caso ha coinvolto anche cittadini spagnoli. Come nel caso di un imprenditore di Girona che ha impiegato uomini e donne cinesi nella sua azienda per più di due mesi. La paga? Quaranta euro per dodici ore di lavoro al giorno.
venerdì 27 marzo 2009
Sarpi rosso sangue
Poco prima, secondo alcune testimonianze, un cinese era entrato nel ristorante aggredendo due connazionali. Uno - come detto - è morto; l'altro è stato ferito in maniera grave. Quest'ultimo sarebbe l'ex fidanzato di una delle due donne che si trovavano a tavola con le vittime.
Difficile comunque dire se ci troviamo di fronte a una cavelleria rusticana cinese o all'ultima puntata della guerra fra gang. O, ancora, se si tratta di una regolamento di conti, magari per un debito non saldato o una tangente non versata. E' certo, comunque, che se questo delitto è da ricollegare a un eccesso di gelosia, qualcosa si è rotto a chinatown.
Dissidi di questo tipo, in genere, vengono risolti attraverso la mediazione e la trattativa. Una donna che mette l'uno contro l'altro due cinesi spesso può essere una questione da risolvere con una semplice somma di denaro. Turbare la quiete della comunità asiatica con il sangue è una soluzione estrema che solo un boss può autorizzare.
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