venerdì 19 febbraio 2010

AMARCORD / Little Pete, il dandy
più spietato di Chinatown

“Ovunque andasse, Little Pete era accompagnato da un servo fidato che portava con sé uno scrigno pieno di preziosi e una scatola di articoli da toletta. Il boss della Tong più potente di San Francisco era un vero dandy, molto preoccupato del suo aspetto fisico. Cambiava gioielli più volte al giorno e non indossava mai lo stesso vestito due giorni di seguito. Ogni mattina passava due ore per pettinare, spazzolare e oliare la lunga coda di capelli che teneva sempre lucida. E di cui andava smodatamente orgoglioso”.


Così il giornalista Herbert Asbury descrive Fung Jing Toy, il boss della chinatown della San Francisco di fine ‘800 meglio conosciuto come “Little Pete”. I vezzi e la vanità dei capi della mafia cinese non sembrano quindi essere mai cambiati. Anche oggi, i boss del crimine asiatico amano sfoggiare abiti di lusso e viaggiare su auto scure da parecchie migliaia di euro. Per non parlare dei guardaspalle che si portano dietro: almeno un paio, per garantirsi placide sfilate per le strade delle decine di chinatown sparse per il globo. Anche Little Pete, fondatore della più spietata Tong (così si chiamano le Triadi nate in terra americana), si faceva accompagnare sempre da scagnozzi armati fino ai denti. Ma fu proprio a causa di una disattenzione su questo dettaglio (o forse per eccessiva spavalderia), che il gangster finì sotto il fuoco incrociato di un clan rivale.

Little Pete era stato molto abile a conquistare rapidamente il controllo di chinatown. Sfruttando il suo esercito personale di sgherri, quando non aveva nemmeno trent’anni controllava il traffico di prostituzione, il racket delle estorsioni, il gioco d’azzardo e il commercio dell’oppio nella città californiana. Ma era anche un negoziatore, come dimostra la presunta alleanza stretta con il potente Christopher Augustine Buckley, uomo d’affari e influente membro del Partito Democratico. La sera del 23 gennaio 1897, però, il “Re di Chinatown” commette un errore fatale. Durante una delle sue frequenti visite dal barbiere all’angolo tra Washington Street e Waverly Place, si porta dietro solo uno dei suoi soldati e, poco dopo essersi seduto sulla seggiola con un asciugamano caldo sul viso, lo manda a comprare un giornale .

A chinatown (foto di Arnold Genthe) un’occasione del genere non può passare inosservata. E quando due killer vedono la scena passano all’azione. Uno dei due rimane di guardia, fuori. L’altro entra con la pistola in mano, afferra Little Pete per la lunga coda e gli spara cinque colpi a distanza ravvicinata. L’impero del giovane Fung Jing Toy crolla a 33 anni. La guerra fra le bande della malavita cinese di San Francisco è appena iniziata.

mercoledì 13 gennaio 2010

I Boss di Chinatown a Rai Radio 3

È un mondo chiuso, quello di Chinatown. Quartieri che una volta erano come tutti gli altri e che a poco a poco hanno cambiato faccia. I negozi sono passati di mano, e adesso sfoggiano vetrine costellate di ideogrammi. I proprietari e i dipendenti sono tutti cinesi. La comunità è molto unita. L'obiettivo è la piena autosufficienza. In qualsiasi ambito: dalle merci ai servizi, dalle cure mediche ai divertimenti. Quello che è legale si fa alla luce del sole. Quello che non lo è, si fa di nascosto. E nemmeno poi troppo: nella Chinatown milanese di via Paolo Sarpi, la più famosa d'Italia, era spuntata addirittura una banca clandestina. Niente insegne, ma locali aperti sulla strada e una fitta clientela, prima che la polizia la chiudesse. Chinatown è un pezzetto di Cina trapiantato altrove. Una realtà per certi versi affascinante e per altri inquietante. Una realtà che continua a crescere e che ci invita - o ci sfida - a capirla.

"Rosso Scarlatto", il programma di approfondimento di Radio 3, ospita i "Boss di Chinatown - La Mafia Cinese in Italia". .
Ascolta o Scarica la puntata in Mp3

lunedì 28 dicembre 2009

Ma che Gioia quel commercio

'Ndranghetisti e cinesi insieme. Per fare che? Affari. Sporchi. Con la droga? Macché, troppo pericoloso. Meglio contrabbandare qualcosa che non bisogna sempre nascondere e che passa sotto gli occhi senza destare sospetti. Cosa? Scarpe, vestiti, profumi. Taroccati. Roba da ragazzini? No, da professionisti. Come quelli (27) che i carabinieri di Reggio Calabria hanno beccato a trafficare nel porto di Gioia Tauro. Qui l'alleanza fra le famiglie Molé, Piromalli e cinesi fruttava molto molto denaro. Che poi veniva ripulito acquistando immobili nel Lazio. E infatti a Roma sono stati sequestrati 50 milioni di euro: una parte dei proventi ottenuti con il traffico di container pieni di merce contraffatta arrivata dall'estremo Oriente in Calabria.

Al porto di Gioia Tauro, grazie all'aiuto di due funzionari delle dogane, i container "sorvolavano" i controlli e invadevano la penisola. A fare da intermediari tra la cosca e gli spedizionieri in oriente, ci sarebbe stata una coppia di cinesi, Wanli Lyn e Rong Rong Dai, che dal loro negozio di oggettistica di piazza Vittorio a Roma organizzavano le spedizioni e già stavano pensando di spostare da Napoli a Gioia Tauro tutto il loro giro d'affari.

In Italia, l'organizzazione del traffico, secondo l'accusa, era affidata a Cosimo Virgiglio, amministratore di una società di import-export e considerato il principale referente imprenditoriale della cosca dei Molé. Era lui a favorire l'importazione fraudolenta, eludendo il sistema di controllo automatico dell'Agenzia delle dogane e, con il meccanismo della sottofatturazione, ad evadere quote rilevanti di dazi e Iva.

Virgiglio è stato arrestato dai carabinieri del Ros mentre si trovava a ''Villa Vecchia'', un lussuoso complesso alberghiero con due avviati ristoranti a Monte Porzio Catone, a una trentina di chilometri da Roma, nel quale sarebbero finiti parte dei proventi del traffico di merce contraffatta. L'albergo è stato sequestrato insieme ai capitali di tre società riconducibili a Virgiglio. Il complesso alberghiero era stato acquisito dalle cosche con ripetute intimidazioni nei confronti dei precedenti gestori e del proprietario, costretti a cedere l'attivita' per compensare i debiti maturati con il gruppo criminale.